Aggiornato
14.08.2008


POESIE - GIOVANNI VERGA


Giovanni Verga

a cura di Gaetana Pulcini

 

Giovanni Verga (1840- 1922) nasce a Catania da una famiglia di agiati proprietari terrieri, scrive molto giovane tre romanzi storici, che risultano irrilevanti e alquanto influenzati dallo scrittore francese Alessandro Dumas. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma presto la tralascia per dedicarsi alla letteratura. Dopo aver prestato servizio nella Guardia nazionale, durante l'impresa garibaldina in Sicilia, si dedica al giornalismo politico-patriottico.

Fra il 1865 e il 1871 vive a Firenze, dove pubblica con successo due romanzi: “Una peccatrice” (1866) e “Storia d'una capinera” (1871), opere nelle quali è presente un sentire tardo-romantico, con amori ardenti, violenti, melodrammatici, impossibili, che si concludono con la disperazione, la morte per malattia, il suicidio, la pazzia. Le storie, non vissute ma solo immaginate, sono descritte per criticare l’inganno e la dissolutezza della società borghese e aristocratica contemporanea, che cerca nell'amore passionale uno svago per fuggire alla noia della vita quotidiana.

A Milano stringe amicizia con Luigi Capuana, teorico del verismo italiano, anche se non accetta subito e integralmente tale ideologia e solo con la pubblicazione di "Nedda" (1874), si ha il cambiamento peculiare: la novella è diversa per argomento e per stile, nel racconto si replica sulle incoerenze della vita delle classi più umili, della Sicilia dei poveri. Tutto ciò è dato dalla noia che inizia a provare per l’alta borghesia, ipocrita e volubile, dall’esigenza di ritrovare l’uomo semplice e sincero, dalla conoscenza della questione meridionale (emigrazione, brigantaggio, abbandono delle terre) e, grazie agli studi sulla teoria dell’evoluzione naturale di Darwin, trae l’idea della lotta per l'esistenza come base di sviluppo della storia umana.

I suoi capolavori, riconosciuti a livello europeo, hanno per scenografia le città etnee e come protagonisti uomini e donne delle classi contadine (pastori, pescatori, artigiani), questi romanzi che appaiono pessimisti, hanno al contrario aspetti positivi, qui il Verga nega ogni paternalismo benevolo verso gli oppressi, ai quali occorrono giustizia e non solo tolleranza, scoprendo una loro umanità e dignità, che cercano di sostenere, nei limiti consentiti dal fato. Con l'ultimo romanzo “Dal tuo al mio” (1905), lo scrittore si arrende ad un pessimismo profondo, dopo aver compreso che i progressi risorgimentali per l’unità d’Italia, erano stati sfruttati dalla borghesia per affermare il proprio dominio e consapevole della inettitudine delle classi disagiate del sud.

Dal 1883 al 1922, anno della sua morte, Verga si ritira a Catania, dove vive in totale silenzio, afflitto anche dalla durezza della critica letteraria nei riguardi della sua opera, che proseguirà per tutto il ventennio fascista.
La sua prosa diretta, immediata, coinvolgente, accentua il realismo degli avvenimenti e nasconde la presenza dello scrittore, tanto che i suoi romanzi sembrano scritti da un personaggio del luogo, i sentimenti e le reazioni dei protagonisti, il loro modo di vedere il mondo sono semplici ed elementari.

L’artista crede alle virtù del popolo, leggendaria è una sua frase “uomo povero ha i giorni lunghi”, umanizza così la vita dei derelitti, dei vinti, crea una tragedia del sentimento, il suo stile mira all’essenziale, al lettore consegna immagini temporanee e precarie, mostrando spietatamente le miserie dell’uomo, il quale spinto da bisogni primari, è deciso o forzato a tutto per soddisfarli. Tutto ciò rappresenta un’autentica rivoluzione estetica, insieme alla paesanità della lingua e alla nudità delle parole, rozze e sgrammaticate, senza una frase più del necessario. Uno scrittore che meglio di altri è stato in grado di interpretare la natura delle cose e i sentimenti degli uomini. Una pagina di verismo letterario che tocca corde profonde del nostro vivere.

 




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