Aggiornato
14.08.2008


POESIE - ARTHUR RIMBAUD


Arthur Rimbaud

a cura di Gaetana Pulcini

 

La poesia moderna e non solo quella francese, stima Arthur Rimbaud (1854-1891) come uno dei maestri dell’intenso cambiamento, al quale si ispira la lirica più significativa del Novecento. Nasce in una famiglia borghese, senza una figura paterna e con un amore conflittuale con la madre, austera e puritana: nelle sue prime opere si legge quella bramosia di affetto mancante. Educato nel rispetto dei modelli classici, si rivela uno scolaro promettente, brillante e di precocità intellettuale, tanto che a soli 10 anni, compone i suoi primi versi, sostenuto da un giovane professore ed accorto suo lettore, Georges Izambard.

Allo scoppio della guerra franco-prussiana (1870), si allontana da casa e intraprende un vagabondaggio solitario, iniziando così uno smarrimento morale, accentuato dagli episodi della Comune di Parigi, a cui egli assiste. Quei giorni di massacro dei ribelli, lo spingono a ripudiare l’etica benestante e a rendersi cosciente del ruolo del poeta, profeta e creatore di un mondo, dove la logica del pensiero razionale è dissolta e rinnovata dalla fantasia, capace di intuire i misteri dell’essere. Segue la sua indole paranoica, selvaggia, vive avventure di ogni genere, come l’alcool, la droga e il carcere, trascorre una vita di strada e senza soldi: tutti strumenti per raggiungere il nichilismo, come presupposto essenziale per una libera produzione poetica. Da qui inizia a leggere e conoscere autori giudicati “immorali”, come Charles Baudelaire e Paul Verlaine, con il quale avrà una difficile e straziante storia d'amore, ricca di viaggi, litigi, riavvicinamenti, episodi violenti e drammatici. Tanto che nell'estate del 1873, durante una vacanza in Belgio, un Verlaine ubriaco, spara a Rimbaud, lacerandogli un polso.

Suggestionato da libri di alchimia ed occultismo, consacra se stesso come un eletto della poesia e, in due epistole, note come “Lettere del veggente”, formula l’idea secondo cui lo scrittore deve raggiungere la “confusione dei sensi”. Durante un soggiorno nella propria casa, in precarie e sfavorevoli condizioni, compone uno dei suoi capolavori, “Una stagione all'inferno”, biografia nella quale domina la rinuncia e l’accoglimento del dovere, l’angoscia e il dolore per il suo rapporto con il cristianesimo, per il legame con Verlaine, mettendo in crisi la sua stessa metamorfosi. E qui inizia il mito, che narra di un Rimbaud che getta alle fiamme tutte le copie esistenti della sua opera, fatti stampare a proprie spese a Bruxelles, ma nel 1901, nei magazzini di una tipografia della capitale belga, vengono rinvenute delle stampe non pagate e non ritirate dal poeta.

Nel 1873, è autore di “Illuminazioni”, opera in prosa impareggiabile, dove la scrittura è acuta, severa e senza orpelli. Nel 1875, sospende la scrittura ma non il suo vagare per il mondo e, cultore delle lingue, naviga verso est, sino all’isola indonesiana di Giava; ricopre il ruolo di capo miniera a Cipro; diventa commerciante di pelli e caffè in Africa; contrabbandiere di armi e forse anche di schiavi a Salisbury (l’odierna Harare, Zimbabwe). Il 10 novembre del 1891, Jean Nicolas Arthur Rimbaud si spegne in una clinica di Marsiglia, a causa di un sarcoma alla gamba. In Rimbaud, romantico e parnassiano (movimento poetico apparso in Francia nella seconda metà dell'XIX secolo, il cui intento è ricondurre la poesia al Parnaso, monte sacro al dio Apollo), il potere della parola non insegue legami con la realtà, ma apre ad un mondo ricco di infinite espressioni, ad un mondo negato e al tempo stesso utopistico, delirante, celebrato.

Dopo una sua attenta lettura, sembra che sia il più "maledetto" dei poeti d'avanguardia, in quanto i versi si proiettano sulla vita e ne fanno tormento. Il giovane Arthur ambisce alla scoperta dell'assoluto, che forse solo la poesia comprende, vivendo il disprezzo della società del suo tempo, che aveva già attaccato Baudelaire e Verlaine. La sua poetica irrepetibile, ambigua e seducente, si riassume nei suoi stessi scritti: “Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente:lei non ci capirà niente, e io quasi non saprei spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia. È falso dire: io penso, si dovrebbe dire: mi si pensa. Scusi il gioco di parole…” (Lettera a Georges Izambard, 13 maggio 1871).

 




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