POESIE - ALFONSO GATTO
Alfonso Gatto
a cura di Gaetana Pulcini
Alfonso Gatto (1909 -1976), poeta dimenticato dalla critica letteraria del Novecento, nasce a Salerno da una famiglia di piccoli armatori calabresi, ha una vita difficile e impetuosa, consumata in ricorrenti spostamenti e nell’esercitare differenti lavori: commesso di libreria, istitutore di collegio, correttore di bozze, giornalista, insegnante. Nel 1936, a causa del suo proclamato antifascismo, è arrestato e recluso per sei mesi nel carcere di San Vittore a Milano, due anni dopo fonda a Firenze, con il contributo dello scrittore Vasco Pratolini, "Campo di Marte" ma il periodico durerà solo un anno. È inviato speciale de "L’Unità", dove ha un ruolo emergente nella letteratura di ispirazione comunista, partecipa alla Resistenza e i versi scritti in tal periodo, propongono gli ideali di lotta di liberazione, anche se ben presto si allontana dal partito e diventa un comunista dissidente.
A conclusione della seconda guerra mondiale, recupera la sua attività di giornalista senza tralasciare il suo legame con la poesia, tanto che riceverà il Premio letterario Bagutta per l’opera “La forza degli occhi” (1955).
Negli ultimi anni di vita si dedica alla critica dell'arte, alla pittura e alla scrittura per l’infanzia. Muore tragicamente in un incidente stradale, l’8 marzo 1976 a Capalbio (Grosseto), lasciando un breve scritto, segno premonitore della sua triste fine: “Quante volte mi fu vicina, quante / La morte per sorprendermi, quel giorno / Che uscendo dalla nebbia, dalle piante”. Alfonso Gatto ha preso parte a diversi film, esempi di grande maestria scenica, come “il Vangelo secondo Matteo” e “Teorema” di Pier Paolo Pisolini, “Cadaveri Eccellenti” di Francesco Rosi, “Caro Michele” di Mario Monicelli.
Con il Gatto, la poesia ermetica e il cinema neorealista trovano uno degli esponenti più ispirati, personalità di un genere lirico senza illusioni e, di uno più impegnato verso le incognite della storia; in lui il verso germoglia da una realtà irruente, alienata dai sentimenti ordinari della consuetudine e centralizzata sul peso della solitudine umana, sul senso tragico della vita.
È un periodo storico dove si procede con rapidità dalla denuncia al racconto, dalla descrizione all’elegia. Una poetica che nel Gatto attraversa temi familiari, scenari legati al paesaggio naturale, al borgo come leggenda, al mare come nucleo di ricordi, sino al finale distacco, al turbamento e alla penosa riservatezza. Tutta colpa della memoria, che vive di fantasmi e ombre, di figure sfumate che evocano un attimo e una storia, dove il presente e il passato si confondono e le immagini si incrociano e si dissolvono l’una nell’altra.
Il suo eminente prestigio è dato dalla saggezza già presente nei primi scritti, caratterizzati da una eccezionale musicalità: segno specifico della sua arte, in continua trasformazione tra poesia sentimentale e impegno politico, che vuole essere custodita più in sé stessa che annunciata agli altri. Il suo linguaggio raffinato ed evocativo, favorito da un uso capace della retorica, respinge la tradizione e ricerca un nuovo stile, una nuova classicità, un idioma autentico, lieve, senza tempo, particolare di una poetica del distacco e della separazione.
Alfonso Gatto, artista impulsivo e di temperamento, avverte durante il secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra una sincera rinascita, sia nei contenuti che nella forma, volgendo lo sguardo a strutture narrative più complesse, che associano autobiografismo e partecipazione storica.
Nel leggere le sue poesie, si ha la percezione di intromettersi in un diario intimo e avvolgente, consumato nella giustizia e per la giustizia e, che vive della semplicità delle cose.