Aggiornato
14.08.2008


POESIE - DINO CAMPANA


Dino Campana

a cura di Gaetana Pulcini

 

Dino Campana (1885-1932), fu uno delle personalità più forti del primo 900, destinato a diventare grande solo dopo la sua morte, avvenuta a Castel Pulci (Firenze), dopo un lungo internamento in manicomio.La prima vocazione letteraria arriva a Bologna durante gli anni universitari, ma il suo carattere incoerente gli impedisce sia di continuare negli studi, sia di portare avanti in modo tenace la creazione poetica. Tra il 1913 e il 1914 entra in relazione con i fondatori delle riviste letterarie fiorentine la “Voce” e “Lacerba” e completa la propria raccolta di liriche, con il titolo “Canti Orfici”.

Immensa passione del poeta sono i viaggi, intesi come fuga verso cieli senza fine, sotto i quali l'uomo si sente libero e legato ad una natura pura e dominante. Una delle sue solite destinazioni è Genova, città sul mare che mescola il richiamo per l'avventura, alla costante beffa del ritorno: sequela eterna della vita e della morte. Artista non sempre limpido, solitario, squattrinato, la sua esistenza vagabonda, inquieta, isterica, diventa lo splendore vivo dei suoi scritti, arriva a plasmare dei versi nei quali le realtà conosciute e percepite nei viaggi europei e americani, diventano, visione violenta e seducente: Marradi, luogo natio è spazio amato e odiato, dal quale si allontana perché domato e al quale torna per respirare. Ancora oggi, egli è una presenza imbarazzante per la storia della letteratura italiana, un poeta oscuro e difficile, debole davanti all'Italia di Giolitti, all’imperialismo intellettuale.

Tutto ciò che gli altri accolgono come regola, per lui è barbara corruzione, non a caso è definito il “poeta pazzo” e pertanto isolato, reietto, insultato. Unico suo estimatore ufficiale fu Eugenio Montale, il quale gli dedica sul finire degli anni ’40, un omaggio poetico “a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure”, un dovuto regalo alla memoria letteraria di un amico stimato e apprezzato quale maestro anticipatore. Il componimento poetico del Campana è nuovo per il suo tempo, il verso è inafferrabile, l'espressione ripetitiva e assillante è al tempo stesso ricca di immagini smarrite e innocenti; i temi primari sono il buio tra il sogno e la veglia, le città portuali, le pianure ventose.

I suoi scritti sono notturni e orfici e, pertanto privi di una trama, di un logico ragionamento, essi sono il riflesso di una partenza verso scene candide, che attirano a sé speranze e timori e trova, forse solo nelle sue allucinazioni, l’ancora di pace nell’amore per la poetessa Sibilla Aleramo, rivelandosi al contrario solo fonte di tormento e supplizio per l’una e l’altro. Con gli anni settanta, in Italia, si inizia a svelare e mostrare interesse per l’intera opera di Dino Campana, periodo storico in cui è accolta, in letteratura, la psicologia e lo studio delle patologie mentali, presenti nella vita di molti scrittori e poeti e, con il rinvenimento avvenuto nel 1971, del manoscritto “Il più lungo giorno” archetipo perduto dei Canti Orfici, si incoraggia la rinascita degli studi del poeta. Nello stimare Campana come lettore, si può ben dire che dal sovrumano scontro poeta – uomo, il secondo sia uscito perdente, ma non la sua poesia, perché in essa si può riscontrare la vita stessa che viene consumata, anzi è lei che chiede di essere logorata dalle passioni.




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